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La differenza seriale. Quello che il cinema non sarà mai capace di raccontare Nicola Lusuardi E in questo tendere, perennemente irrisolto, alla felicità, in questo percorso di adeguamento a se stessi che l’analisi teorizza (e qualche volta realizza) si nascondono molti dei segreti della nostra civiltà, fondata sull’identità desiderante, sul progetto di sé e del mondo, sulla tensione tra carattere e volontà. Per questo ci piace considerare I Soprano come il momento nel quale la forma seriale prende compiutamente possesso del proprio oggetto narrativo primario. Diventa consapevole cioè che la struttura di un racconto che problematizza il cambiamento mettendone in scena l’eterna tensione è la struttura che la drammaturgia attendeva per riuscire a focalizzare il conflitto e l’emozione – dunque la catarsi – sull’ethos dell’uomo occidentale. Di questo narrerà tutta la narrativa seriale seguente, da Desperate Housewives a Six Feet Under, da Grey’s Anatomy a Nip/Tuck, Dexter, The Shield o In Treatment, che di queste premesse è la conseguenza estrema, impudica ma fascinosa nella sua esplicitezza. Ma è soprattutto su Lost che vale la pena fermarsi concludendo queste righe, perché nel meccanismo multilineare del racconto organizzato su diversi piani temporali Lost rappresenta in modo più esplicito, spettacolare e narrativamente spudorato di qualunque altra serie precedente la problematicità del cambiamento nella messa in scena di destini tanto sorprendenti (tutto quello che scopriamo nel passato… e nel futuro di ciascuno dei personaggi è sempre assolutamente sorprendente) quanto fatalmente vincolati a un disegno che trascina e imprigiona al tempo stesso ciascuno di loro verso un compimento che – pur sempre rimandato – viene sentito come inesorabile. E lo fa, invece che attraverso un espediente naturalistico come la psicanalisi, scegliendo il teatro fantastico e strettamente teoretico di un’isola capace di governare il “Tempo”. E incidendo così sulla drammaturgia attraverso l’istituzione di un dispositivo metafisico (l’isola) che nella sua totale astrazione (non ha luogo perché si muove nel tempo) rivela la vocazione seriale alla rappresentazione della reversibilità. Ossia del tempo revocabile. Che non può essere altro che il tempo dell’esperienza. L’esperienza del desiderio di essere altro – meglio – di ciò che siamo. Questo fa di Lost la serie forse più innovativa degli ultimi anni e giustifica il suo successo, la sua capacità – forse in parte inconsapevole – di speculare intorno all’oggetto primario della narrativa seriale, la tensione in-terminabile (irrisolvibile) tra essere e destino, la sua capacità di rappresentare l’esistenza di una regola misteriosa (e forse mai davvero “spiegabile”) che guida la vita di tutti noi – i desideri di cambiamento connessi alle ferite che dobbiamo guarire, ai miglioramenti che vogliamo realizzare, alle mete che vogliamo raggiungere, agli ostacoli soprattutto interiori che si frappongono – attraverso mutamenti che per quanto estremi e imprevedibili sembrano sempre potersi ricondurre al comune denominatore di una segreta necessità, difficilissima da de-finire ma inestricabilmente connessa a qualcosa di irriducibilmente identitario che ci caratterizza. Come dire che tutto può cambiare… ma solo in una direzione precisa. E quel
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