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La differenza seriale. Quello che il cinema non sarà mai capace di raccontare Nicola Lusuardi La straordinaria novità che il “seriale” applicato alla narrativa audiovisiva ha prodotto è dunque lo spazio per un’estetica capace di esplorare e rappresentare la tensione tra il carattere – cioè la quasi indefinibile matrice identitaria dei singoli, la precisa declinazione del loro volere e delle forze psichiche che lo governano – e il destino che – per sua misteriosa intelligenza – guida le loro azioni e il loro muoversi nel mondo. È lo spazio problematico nel quale gli uomini cercano di produrre il cambiamento, riuscendovi talvolta – in tutto o in parte – ma sempre instabilmente. Lo spazio nel quale si rappresenta la regola segreta che guida gli eventi di una vita e li mette in connessione col mistero di un’identità3. A questo ci pare si riferiscano le narrazioni che più ci hanno affascinato negli ultimi anni. Il primo episodio dei Soprano – serie da molti considerata particolarmente rilevante per quanto riguarda la storia della serialità moderna – inizia con Tony Soprano – protagonista della saga – nella sala d’aspetto di una psicoanalista. Tony ha avuto delle crisi di panico, è preoccupato, cerca una terapia. Il racconto si inaugura con un protagonista istituito sul desiderio – anzi sulla necessità – di cambiare e che per rispondere a questa necessità sceglie di affidarsi al percorso di cura per eccellenza in-terminabile – quindi centrato sulla tensione al cambiamento – ossia la psicoanalisi. Scopriremo poi che le paure nascoste dietro le sue crisi di panico riguardano la famiglia, «la famiglia… in tutti i sensi», come recita una delle frasi di lancio della serie. Tony Soprano è un importante boss della mafia del New Jersey. La famiglia mafiosa e la famiglia di sangue si sovrappongono in una complessità di rapporti. La famiglia, ossia i legami istitutivi della comunità parentale, è dunque l’area tematica cui si riferisce il concept della serie. Si parla di psicologia, quindi di ricerca della felicità. Tony va in analisi perché è infelice, le crisi di panico sono il sintomo della sua infelicità. Ha paura che i suoi figli crescendo si allontanino da lui, ha paura di perdere il loro amore. Ma dietro questa ansia di genitore, si nasconde la sua ansia di figlio. Tony è infatti ammalato dell’infelicità che lo porta in terapia a causa di un’anziana madre, anaffettiva e ostile. Talmente incapace d’amore da aver provocato, secondo Tony, la morte del marito. Una madre assassina dunque, nella percezione del figlio. Una madre che infatti si allea col fratello del marito, lo zio di Tony, per uccidere il figlio. La storia di Tony Soprano si istituisce sul dispositivo narrativo dell’Amleto. Con la differenza che Tony non muore terminando il proprio destino narrativo in un arco unico e breve, ma continua a rischiare la morte e a cercare il cambiamento, episodio dopo episodio, per sei lunghe stagioni. Al termine delle quali la fine c’è, ma potenzialmente provvisoria e in certo modo arbitraria, come la vita. Dettata da ragioni che stanno al di fuori dei presupposti istitutivi del racconto. Dunque: I Soprano è il racconto potenzialmente in-terminabile della tensione altrettanto in-terminabile al cambiamento e alla guarigione, ossia alla felicità, attraverso la terapia psicanalitica freudiana – l’unica istituzionalmente in-terminabile. E racconta attraverso l’Amleto quel conflitto edipico che conosciamo come madre di tutte le nevrosi.
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