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La differenza seriale. Quello che il cinema non sarà mai capace di raccontare
Nicola Lusuardi


- la seconda prevede invece che il protagonista debba cambiare se stesso (acquisendo o meno certe abilità, superando o meno un proprio limite) per mettersi in grado di operare con l’efficacia necessaria a risolverne i problemi.
Questo colloca improvvisamente il problema del cambiamento (del mon­do e/o del protagonista) al centro della narrazione e ne fa una specie di oggetto narrativo primario – o di a-priori tematico – di qualunque racconto cinematografico possibile. Co­me dire che il dispositivo narrativo del cinema fonda ogni suo racconto su una presa di posizione chiara e compiuta riguardo alla possibilità dell’uomo di cambiare il mondo e/o se stesso.
Ma la posta in gioco di una presa di posizione sul cambiamento è gravida di conseguenze prima di tutto etiche e psicologiche, poi fatalmente filosofiche e politiche.
È a questo punto che interviene la quarta fatalità a-priori della drammaturgia cinematografica: quella della compiutezza.
Il racconto cinematografico, infatti, oltre che breve, veloce e (di conseguenza) chiaro deve essere compiuto. Anzi lo è, anche quando cineasti rari e di rara ingenuità intellettuale indugiano nel tentativo di non-compiere assieme all’opera anche il suo senso.
La compiutezza è stato un valore estetico dominante nella storia di tutte le arti. Attiene alle necessità più elementari della fruizione e della commercializzazione delle opere e non è stata mai messa in discussione nel corso della storia, fino a quando – coi prodromi di un’estetica del frammento di impronta romantica – il Novecento non ha iniziato ad apprezzare i valori estetici (quindi etici e gnoseologici) nascosti nell’in-compiuto.
Nessuna epoca della storia ha attribuito statuto di capolavoro a opere incompiute fino a quando il xx secolo non ha visto accadere – senza che ancora nessuno lo “programmasse” o lo “teorizzasse” – l’incompiutezza mo­numentale ed esteticamente efficace di certe opere narrative e non (si pensi a Kafka, a Musil o al nostro Gadda) e la storia iniziasse a porre l’accento – nella letteratura come in altre forme d’arte – sul processo, ossia sulla rappresentazione del procedere, e non sulle sue conseguenze (l’opera compiuta appunto).
Anche nel teatro, dove nasce l’happening, che dichiara sin dal gerundio la sua distanza ontologica dalla compiutezza (come nelle opere appunto del Living Theatre).
Il cinema nasce come arte obbligata alla compiutezza nel secolo che per la prima volta sente la necessità di aprire alla rappresentazione del processo e dell’incompiuto.
Non solo, ma nasce come arte improntata alla necessità di compiere in breve la narrazione di storie tutte ontologicamente costrette a rappresentare la possibilità/necessità dell’uomo di cambiare il mondo e/o se stesso.





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