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La differenza seriale. Quello che il cinema non sarà mai capace di raccontare Nicola Lusuardi Il racconto cinematografico – ontologicamente costoso, quindi vocazionalmente ampio e popolare – si propone infatti di narrare eventi notevoli dell’esperienza umana. Storie cioè degne del tempo che chiedono, che abbiano a protagonisti personaggi identificandoci coi quali verremo mossi (com-mossi) al punto di con-vivere l’esperienza delle cose che loro accadono. Ma quante cose accadono agli uomini che siano tanto degne di interesse per altri uomini? Infinite se le volessimo enumerare per argomento. Pochissime se le consideriamo sul piano delle strutture archetipiche possibili di tutti i racconti. E il piano strutturale in questo caso ci interessa perché è quello che predispone la chiarezza, necessità ontologica di qualunque cinema, per quanto colto e autoriale esso sia. Le cose che accadono dunque, ossia l’oggetto primario di qualunque narrazione cinematografica – secondo una logica strutturale a-priori –, sono essenzialmente… una, che diventa due se la collochiamo in una logica binaria. La cosa che accade agli uomini è che affrontano problemi (grossi guai, catastrofi, paradossi, eventi speciali e inattesi) tanto più interessanti quanto meglio articolati in tutte le loro implicazioni – e riescono o non-riescono a sopravvivere loro e a risolverli (anche se siamo consapevoli che in un’ulteriore articolazione le due cose non vanno necessariamente insieme). Seguendo la consequenzialità spietata (quasi darwiniana come alcuni amano sottolineare) che ha guidato l’evoluzione della narrativa – e di quella cinematografica in particolare –, sarà allora ovvio e necessario domandarsi: come accade perlopiù che “gli uomini affrontino problemi e riescano o non riescano a sopravvivere loro e a risolverli”? Solo rispondendo a questa domanda sapremo cosa ha finito per raccontare perlopiù il cinema, essendo esso dominato dalle necessità ontologiche della brevità, della velocità e della chiarezza. Anche in questo caso se volessimo articolare la risposta a partire dagli argomenti (ossia dalle storie potenzialmente disponibili), il catalogo sarebbe sterminato e chiederebbe inutili sforzi di tassonomia applicata alle infinite eventualità. Ma ancora una volta se guardiamo la cosa dal punto di vista del suo a-priori strutturale, la risposta diventa semplice. C’è infatti un solo modo nel quale accade che “gli uomini affrontino i problemi e riescano o non riescano a sopravvivere ad essi e/o a risolverli” ed è che riescano a cambiare. Il tentativo di cambiare per risolvere i problemi – sempre sotto la pressione della brevità e della chiarezza – presuppone soltanto due varianti: - la prima prevede che il protagonista sia in condizione di agire con efficacia e alla fine, spendendo tutto se stesso, riesca o non-riesca a cambiare il mondo, migliorandolo;
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