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La differenza seriale. Quello che il cinema non sarà mai capace di raccontare
Nicola Lusuardi


Un tempo rapido dunque, e breve (!), pensato perché gli ospiti di quel tempo (gli spettatori) vedano tutto quello che c’è da vedere, capiscano tutto quello che di importante c’è da capire e in più escano dal cinema ricreati, ossia emotivamente appagati di ciò che hanno visto.
Questo vale per i prodotti commerciali come per i più sofisticati testi d’autore. Il cinema è l’arte della velocità e della chiarezza, tanto che visti al “rallenty” (analitico) i film più riusciti costruiscono l’increasing drammatico innestando una continua variazione spettacolare (ossia le scene sempre diverse e più sorprendenti che “mandano avanti” la storia) su un sistema sottostante di os­sessiva monotomia tematica.
In altre parole, i grandi film sono spesso costituiti di scene inattese che parlano quasi esclusivamente della stessa cosa (dello stesso tema), come in un discorso intensamente mirato a ribadire la ragione (la ratio tematica) attorno a cui si sviluppa, a farne crescere l’intensità dibattimentale e a scioglierla alla fine in un destino inevitabile del racconto, che implica sempre una presa di posizione precisa e possibilmente inattesa.
E difatti il “rallenty” non è affatto un modo divertente di guardare il cinema.
La necessità di “ricreare” lo spettatore risponde a tutti i fini immaginabili per il cinema, quelli commerciali, quelli estetici e anche quelli politici. Determinanti come vedremo nel mettere a fuoco l’argomento di queste pagine.
La “ricreazione” attiene a quel fenomeno che Aristotele (nella Politica) chiamava catarsi, traducibile in vari modi che tutti implicano l’idea che, attraverso la forte mozione interiore suscitata dal conflitto, lo spettatore in qualche modo “rinasca” (si ri-crei appunto) “purificato” (purgato da umori negativi, secondo i precetti della medicina d’Ip­pocrate, che in questo senso usava il termine catarsi).
Il pubblico viene dunque convocato ad assistere a un evento, questo evento si dà in un tempo breve e organizzato che trae senso dall’ambizione di offrire la possibilità allo spettatore di identificarsi in un conflitto capace – al suo climax – di com-muovere e quindi di mobilitare nell’azione interiore, ossia nell’e-mozione. Che è premessa necessaria alla catarsi. In seguito alla quale si è certi di aver vissuto, col protagonista, gli eventi del dramma.
Questo qualifica il tempo drammaturgico come tempo dell’esperienza.
Dunque: il cinema è l’arte della chiarezza per la velocità. Sarà necessario al fine della catarsi che l’identificazione dello spettatore col protagonista sia rapida e chiara. Così come rapido e chiaro sarà il corso degli eventi narrati nel film al fine di approdare a un chiaro senso della storia. Tentativamente non banale – nei casi d’arte migliore – ma pur sempre chiaro.
Ma la chiarezza del senso viene necessariamente condizionata dall’articolazione breve del discorso.





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