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Ho sposato uno sbirro. Parlano autori ed editor RAI
a cura di Script


Mazzotta: Tutt’altro. Non c’è stata nessun forzatura. L’ipotesi che mi ha subito catturato in questo progetto è stata proprio quella di considerare il matrimonio “la palestra” nella quale far muovere i nostri protagonisti. Considerandola per quella che è: uno spazio da condividere, perennemente minacciato dall’altro. C’è forse qualcosa di più high-concept in chiave di commedia?
Inoltre, sul piano dei contenuti, si è giocato a smantellare l’idea che il matrimonio sia il punto di arrivo, il coronamento di una storia d’amore. Quando ti sposi cominciano i dolori, ma viene anche il bello. Il matrimonio è una scommessa quotidiana perché – anche se nella prassi è vero che si è liberi comunque di separarsi – è ancora più vero che si rischia ogni giorno di perdere quel qualcosa che ti ha unito. Raccontare questa dinamica, questo equilibrio che ti fa decidere di non buttare tutto all’aria, ma ti spinge a rinnovare di giorno in giorno il sentimento e l’impegno che ti lega in una coppia, è qualcosa che coinvolge inevitabilmente tutti.

Script: Approfondiamo un attimo l’argomento cui accennavi all’inizio sul chi è il protagonista della serie, se lui o la coppia...

Mazzotta: Il personaggio che percorre un arco narrativo maggiore è il commissario Diego Santamaria. Rimasto orfano di padre, affronta finalmente la sua paura più grande, riuscendo ad accettare di aprirsi alla prospettiva di avere dei figli. Ma dal punto di vista della commedia sentimentale, non ci sarebbe storia senza quella che Jung definisce la sua “anima”, cioè la sua compagna, l’ispettore Stella Morini.
L’intuizione dalla quale sono partito nel delineare la dinamica dei due come coppia è stata di pensarli – lo so è strano ma è andata proprio così – come quelli di Arma letale in cui lei corrisponde a Martin Riggs, il personaggio interpretato da Mel Gibson, impulsiva ai limiti dell’irresponsabile, e lui al suo collega di colore, Denny Glover, molto responsabile ma fin troppo prudente.
Aggiungendo profondità ai personaggi, delineando meglio i loro caratteri anche attraverso le loro reazioni mentre affrontano i casi gialli di puntata, si è evitato che i due generi, giallo e commedia familiare, viaggiassero separati. Inoltre, individuando in ogni puntata degli appuntamenti narrativi inerenti ai protagonisti (come i casini che Stella crea a Diego sul lavoro) è stato più facile smarcarsi dal rischio di fare dei siparietti.
L’imprudenza, la spinta quasi anarchica del personaggio di Stella, credo che abbia fornito un modello femminile che è piaciuto a molte donne. Mica male ritrovarsi nei panni di quel Mel Gibson…
Per paradossale che possa sembrare, a volte utilizzare i personaggi di film celebri come esempi può spalancare gli occhi. Spesso quei personaggi rappresentano situazioni archetipiche che possono essere riproposte in altri contesti.





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