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(Tele)visioni d''autore. Perché vorremmo che i nostri "writers" diventassero anche "producers" Nicola Lusuardi Parliamo di fiction televisiva, ossia di tv-movie, miniserie, serie all’italiana e serialità lunghe. Parliamo dunque di racconti, la cui qualità e – spesso – il cui successo dipendono in larga misura da due fattori: l’efficacia della narrazione e la coerenza tra la narrazione e la sua messa in scena. Che il valore fondante della fiction televisiva sia la narrazione è un fatto largamente dimostrato. Ricapitoliamo brevemente alcune ragioni di taglio elementare: il televisore è un elettrodomestico che valorizza l’efficacia, magari rozza, del plot, piuttosto che l’estetica dell’immagine, per questo Fellini 81/2 in televisione non lo guarda quasi nessuno mentre Orgoglio può fare dodici milioni di telespettatori. In secondo luogo la fruizione televisiva è una fruizione distratta, chi sta in casa si alza dalla poltrona, mangia, litiga, sparecchia e fa mille altre cose pretendendo in tutto questo di non restare escluso dal programma trasmesso, dunque gli preme che in televisione tutto sia narrato in modo comprensibile ed appassionante. Infine l’economia ci ha spiegato che si massimizza il rapporto tra costi e ricavi lavorando su programmi seriali che fidelizzano il pubblico e permettono di ammortizzare l’investimento in un’economia di scala. Lo strumento per riuscirci, anche in questo caso, è una narrazione capace di richiamare il pubblico davanti allo schermo ogni settimana. Ma una narrazione avvincente, pur essendo una premessa assolutamente necessaria, da sola non basta. È necessario che sia valorizzata da una messa in scena coerente. Per avvincere il pubblico infatti è importante che le scene abbiano il ritmo che meglio valorizza il racconto, è necessario che gli attori siano scelti con attenzione e coerenza sulla base del copione e sappiano suscitare una profonda simpatia (o identificazione), e ci vuole infine uno stile visivo che restituisca in maniera chiara ed efficace il concept, ossia l’insieme di valori etici, estetici e psicologici che vengono tematizzati nel racconto stesso. Banalmente: se si lavora alla messa in scena di Medico in famiglia, non si sceglierà come arena-set la villa neogotica della Famiglia Addams. Ovvio no? Una buona fiction nasce dunque da un racconto che propone un’interpretazione avvincente della realtà e da una messa in scena che le dà forma coerente in un mondo immaginario inedito e appassionante.
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