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Hannibal: parla lo sceneggiatore
Bob Verini

“Faccio delle scalette (...) so che queste sono le cose fondamentali, anche se non so che cosa accade tra l’una e l’altra; e conosco questa cosa quaggiù – la sottolineerò addirittura, perché so che è lì che mi sto dirigendo. Queste sono le pietre miliari lungo la strada, e in genere trovo che suddividono la storia in una struttura in tre atti piuttosto tradizionale”.

L’ultima volta che abbiamo visto un film di Steven Zaillian e lo abbiamo intervistato, aveva appena diretto la sua sceneggiatura A Civil Action. Era l’ultimo film di una lunga serie di eccezionali progetti personali che gli hanno valso la reputazione di sceneggiatore di serie A a Hollywood.
Oltre che notevole la sua carriera si può definire anche versatile, in quanto abbraccia storie importanti – sulle malattie mentali (Risvegli), uno scontro tra Davide e Golia all’interno del sistema legale (A Civil Action), storie di spionaggio tratte dalla vita reale (The Falcon And The Snowman), le tensioni nel rapporto padre/figlio (Searching For Bobby Fischer); e, naturalmente, gli orrori e gli atti eroici dell’Olocausto in Schindler’s List, vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura.
Le uniche cose che non ha scritto sembra siano i film horror e i sequels. Fino ad ora, cioè. Hannibal, il tanto atteso adattamento del seguito, scritto da Thomas Harris, de Il silenzio degli innocenti, sta per uscire.
Perché accettare l’incarico di Hannibal? Nella discussione sul perché Jodie Foster abbia deciso di non riprendere il suo ruolo di agente dell’FBI Clarice Starling, Zaillian risponde con quello che forse era uno dei suoi dubbi iniziali: “Al suo posto probabilmente avrei fatto lo stesso. Perché sfidare gli dei? Fai un film che è nella lista dei migliori thriller di tutti i tempi, va alla grande, vince moltissimi premi, forgia frasi che entrano nel linguaggio comune – perché tornarci sopra?”. Il che ovviamente ci porta alla domanda: perché questo film avrebbe dovuto essere interessante per uno sceneggiatore, il cui nome è da sempre associato a storie, diciamo così, di peso superiore alla media?
“Mi sembrò una cosa divertente allora”, dice con leggerezza, con parole e modi che stranamente ricordano quelli di Hannibal Lecter quando decide improvvisamente di corteggiare, o mangiare, qualcuno. E in effetti divertente lo è stato. Ma mentre ne parla, all’inizio riluttante, poi animatamente, rivela che questa esperienza gli ha offerto opportunità ma anche sfide diverse da quelle che aveva incontrato fino ad allora.
Una parte intrigante del progetto, dice Zaillian, era la prospettiva di lavorare con il regista Ridley Scott. Era la loro prima collaborazione (anche se lo scrittore aveva lavorato con il fratello di Scott, Tony, molti anni fa, ad una versione poi abortita di Alive, la storia dei sopravvissuti dell’incidente aereo sulle Ande. “Eccoci al nesso: un’altra storia di cannibalismo”, sghignazza Zaillian). Anche la densa e dettagliata parte italiana di Hannibal lo intrigava molto; “Dino [de Laurentiis, il produttore] sa essere molto persuasivo”.
Eppure lui aveva bisogno di essere ancora più convinto. “Ero preoccupato perché non conoscevo questo genere, e volevo essere sicuro di poter contribuire al genere”. Così fece qualcosa che non aveva quasi mai fatto nella sua carriera di scrittore: parlare del film. Per tre settimane lui e Scott esplorarono a fondo il tono generale, lo scopo e l’atmosfera di ogni singola sequenza, identificando quello che a loro piaceva e quello che non piaceva nel romanzo. “Non ho mai parlato così tanto di uno script prima di scriverlo”, dice, preoccupato che “per quando avrei cominciato a scriverlo non avrei avuto più niente altro da scoprire”. (Tra parentesi, ha calcolato che il tempo che ha dedicato a parlare della storia di Schindler’s List con Spielberg è stato “oh… forse un giorno o due?”). Comunque in questo caso la tattica si è dimostrata saggia. Alla fine di quelle tre settimane i suoi dubbi erano mitigati; e Hannibal aveva il suo sceneggiatore.
La sfida più grande riguardava i tempi, mai troppo elastici nell’industria cinematografica, ma qui particolarmente stretti. David Mamet aveva proposto una scaletta che, non si sa bene perché, non era stata considerata adatta. (David Mamet e Steven Zaillian avrebbero dovuto condividere i credit per Hannibal). “Ma l’aveva scritta velocemente e questo mi aveva ispirato. Se Mamet l’aveva fatto così rapidamente, allora pensai che potevo farlo anche io”. Zaillian è noto come un artigiano cesellatore – “a volte passo tre mesi a pensare a una storia prima di scrivere una sola parola” – ma qui era pressato dalla scadenza di uscita del film a febbraio 2001, più o meno dieci anni dopo la prima del Silenzio. Perciò cominciò a lavorare nell’ottobre 1999 e la prima stesura era pronta per la prima settimana di dicembre. “E il lavoro migliore lo feci proprio in quella prima stesura. Il resto fu solo questione di aggiustamenti”, così riuscì a finire la sceneggiatura per febbraio 2000, data d’inizio della lavorazione.





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