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Conflitto ed emozione
Yves Lavandier


Chiudiamo questa parentesi per ritornare al conflitto. Avremo modo di riparlare ancora della spettacolarità.


Il conflitto quale fattore d’identificazione

Se il conflitto è fattore d’interesse, lo spettatore s’interesserà al personaggio che vive il conflitto, più che agli altri. C’è della compassione in questo interessamento. E questo legame, che può essere molto forte, è creato dall’emozione. Quando le emozioni vissute dalla vittima del conflitto vengono provate anche dallo spettatore, si crea una forte identificazione tra i due.
Questo fenomeno d’identificazione è così potente che può avvenire anche nei confronti di un personaggio antipatico. Riguardo alla bomba sotto al tavolo, Hitchcock [66] spiega a Truffaut che questa situazione conflittuale potrebbe riguardare un gruppo di malviventi, o addirittura Hitler al momento dell’attentato del 20 luglio 1944. Persino in questo caso lo spettatore non direbbe: “Ah! benissimo, stanno per essere ridotti tutti a pezzettini”, bensì: “Fate attenzione, c’è una bomba”. E Hitchcock cita anche un secondo esempio, quello del ladro che fruga nei cassetti mentre il proprietario sta salendo le scale. “Uno che va a rovistare nei cassetti” dice Hitchcock, “non ha certo bisogno di essere un personaggio simpatico, il pubblico starà comunque in apprensione per lui. Se poi la persona che fruga è un personaggio simpatico, l’emozione dello spettatore è raddoppiata, come per esempio con Grace Kelly ne La finestra sul cortile”.
Potremmo riprendere questa frase di Hitchcock e rimpiazzare “uno che rovista nei cassetti” con “colui che vive un conflitto”. O addirittura con “l’essere vivente che vive un conflitto”. Questo fenomeno d’identificazione può operare infatti anche nei confronti di un animale o addirittura di una macchina, come in 2002, la seconda odissea, in cui l’arresto di un drono (un robot) ci commuove.
In breve, il conflitto spinge lo spettatore a provare una simpatia di tipo emozionale nei confronti di colui che vive il conflitto, e questo qualunque siano le simpatie o le antipatie concettuali che questa persona suscita. Uno dei grandi punti di forza della drammaturgia è proprio quello di poter obbligare lo spettatore ad interessarsi a dei personaggi antipatici, ai vari Macbeth per esempio (Macbeth), agli Alceste (Il misantropo), agli Arnolfo (La scuola delle mogli), ai Willy Loman (Morte di un commesso viaggiatore), ai Garcin (Huis-clos), ai Salieri (Amadeus), a tutti i falliti, i poveracci, i cattivi e gli infelici che fanno parte della razza umana così come Rambo (Rambo 1,2,3), John Dunbar (Balla coi lupi), John Keating (L’attimo fuggente), Jacques Mayol (Le grand bleu) o l’ispettore Navarro (Navarro). Hitchcock si è del resto divertito molte volte a mettere in pratica la sua teoria, in particolar modo in Frenzy, in cui fa vivere il conflitto al cattivo: è la scena in cui Rusk (Barry Foster) cerca di recuperare un compromettente ferma-cravatte in un camion di patate.





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